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Archive for marzo 2012

Alla fine quella beata mail sono stata costretta ad aprirla (esattamente la sera del 24 Febbraio), ma sono sicura che sarei riuscita a resistere ancora a lungo.
Il primo impatto con la lettera non è stato come me l’aspettavo.
Ho cliccato e ho chiuso gli occhi. Ho preso un bel respiro e con il cuore che batteva a mille li ho riaperti: Venezuela.
Ho spalancato gli occhi portandomi una mano alla bocca, ma le mie spalle si sono abbassate. Non avevo voglia di gridare, non avevo nemmeno voglia di sorridere. Improvvisamente mi sono sentita sgonfiare.
Io, sempre così dolorosamente consapevole, non mi ero accorta del casino che stavo combinando.
Fino all’attimo in cui ho letto quel nome non mi ero resa conto di quanto intensamente, e profondamente, io avessi desiderato la Russia. E soprattutto non mi ero resa conto di quanto io credessi, di quanto io fossi convinta, di finire davvero in Russia.
La Russia era il mio sogno dentro il sogno.
Così per un pò di tempo, il calore della gioia di poter partire è stato praticamente quasi soppraffatto dalla fredda delusione che mi colava addosso. Nemmeno per un istante ho pensato di rinunciare, assolutamente, ma non sentivo niente, e questo mi rattristava ancor di più perchè sentivo che non era giusto che io fossi, diciamo, così ingrata, mio malgrado.
Il mio primo pensiero è stato: “Oh, e adesso come ci vado in Russia?” e continuavo a non riuscire a pensar a nulla che non fossero modi alternativi per andarci, magari più avanti.
Poi mi son concentrata. I primi mesi dopo aver deciso di fare quest’esperienza i paesi latino-americani mi avevano scaldato il cuore e fatto brillare gli occhi al solo pensiero, dovevo solo ritrovare la passione per essi, dentro, da qualche parte.
Mi sono arrovellata su tutti i lati positivi di andare in Venezuela per almeno due ore, poi ne ho parlato con i miei genitori e la cosa mi ha aiutata. Alla fine ho capito che effettivamente forse è meglio così. Proprio perchè il Venezuela è -come spiegarlo?- meno nelle mie corde; è come la differenza fondamentale tra chi sogna l’America (intesa come Stati Uniti) e chi sogna la Gran Bretagna. : l’America è luce, entusiasmo, colori, feste ecc., ma io sogno la Gran Bretagna, perchè io sono così, tutta sogni, nuvole, malinconia, principi e principesse.
Ho deciso di fare quest’esperienza per capire chi sono e quali sono i miei limiti, per scoprire altre filosofie di vita, e cosa allora è meglio di un paese che ha il sapore opposto al mio. 
La Russia avrà anche il freddo e il cirillico, ma io so che per me un paese come il Venezuela è emotivamente più difficile da sostenere, ed è quindi una vera sfida. Qualcosa che mi aiuterà realmente. Ad esempio io ho sempre avuto problemi a esprimere affetto, o anche semplice interesse, e il contatto fisico mi irrigidisce mio malgrado: se il Venezuela corrisponde davvero ai racconti che me ne hanno fatto, dovrebbe essermi d’aiuto. Ovviamente però queste argomentazioni razionali ci mettono un pò di tempo per fare effetto anche a livello emotivo. Il mio sonno quella notte non è stato dei più tranquilli.
Ma la mattina dopo stavo già meglio, avevo metabolizzato e mi sentivo felice, mi sentivo sicura, come se il mondo mi sorridesse. Fissavo il planisfero appeso dietro la professoressa, e mi sentivo invadere da una sensazione di calore. Una sensazione piacevole.
Mi sono dovuta però imporre di non pensare alla Russia, perchè il solo immaginare la lettera con scritto Russia invece che Venezuela, e la successiva scena di gioia pura, mi faceva male. Sembra banale, ma con i sogni è così, non si scherza. Quando qualcosa ti chiama, e la senti chiamarti e attirarti, è difficile resistere.
Ma poi appena tre giorni dopo ho ricevuto una notizia che ha cambiato tutto. La mia migliore amica ha ricevuto la risposta di Intercultura, e anche lei andrà in Venezuela.
La gioia che aspettavo è arrivata, e ho continuato a saltellare incredula e felice per almeno un ora.
Potevo anche avere tutte i miei ragionamenti razionali, ma continuavo ad avere paura, mi sentivo debole. Ho smesso di aver paura. Adesso è tutto un’altra cosa.
Entrambe siamo convinte che sia destino, le mete in comune erano poche e comunque non coincidevano nell’ordine, eppure siamo state assegnate nello stesso paese. Era qualcosa che non avevo nemmeno osato sperare. E invece eccoci qui, tra sei mesi prenderemo insieme un aereo verso una delle esperienze più importanti della nostra vita.
Il fatto di partire è già una cosa stupenda in sè, ma poter partire insieme rende tutto dieci -ma che dico? mille- volte più bello.
Molti hanno commentato che comunque il Venezuela è grande, perfino adesso che siamo in Italia abbiamo centinaia di km che ci tengono lontane per lunghi periodi (ma solo fisicamente). Ovviamente si tratta di adulti, o comunque di persone che non hanno mai fatto questo genere di esperienze, persone che nemmeno capiscono perchè mai stiamo partendo, o magari lo capiscono razionalmente ma non riescono a sentirlo.
Io, al contrario, non riesco a credere che loro non capiscano la grandiosità di questa cosa. Quanto questo davvero cambi le cose. Non solo partiremo entrambe, e questo già significa una maggiore comprensione reciproca rispetto alla comprensione che possono avere nei nostri confronti coloro che restano, ma partiremo per lo stesso paese, e ciò significa che lei mi capirà davvero quando le parlerò del Venezuela, e dei venezuelani e delle cose strane che noterò. E poi, partiremo insieme. Sarà, come dire, un “atterraggio soft”. Quando saluterò i miei genitori lei sarà con me, quando per dieci ore saremo in volo verso la nostra nuova vita, in preda alle più disparate emozioni, lei sarà con me, e quando respirerò per la prima volta il Venezuela lei sarà con me. Sono felice.
Ragazzi, quando vi raccontano, sentite, o leggete, di retournee che dicono di non farvi aspettative perchè niente andrà come vi aspettavate, per la maggiore parte dei casi è vero .
E questo non è un fattore negativo, tutt’altro. Non ve lo aspetterete, e sarà stupendo.

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