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Archive for the ‘Uncategorized’ Category

Alla fine quella beata mail sono stata costretta ad aprirla (esattamente la sera del 24 Febbraio), ma sono sicura che sarei riuscita a resistere ancora a lungo.
Il primo impatto con la lettera non è stato come me l’aspettavo.
Ho cliccato e ho chiuso gli occhi. Ho preso un bel respiro e con il cuore che batteva a mille li ho riaperti: Venezuela.
Ho spalancato gli occhi portandomi una mano alla bocca, ma le mie spalle si sono abbassate. Non avevo voglia di gridare, non avevo nemmeno voglia di sorridere. Improvvisamente mi sono sentita sgonfiare.
Io, sempre così dolorosamente consapevole, non mi ero accorta del casino che stavo combinando.
Fino all’attimo in cui ho letto quel nome non mi ero resa conto di quanto intensamente, e profondamente, io avessi desiderato la Russia. E soprattutto non mi ero resa conto di quanto io credessi, di quanto io fossi convinta, di finire davvero in Russia.
La Russia era il mio sogno dentro il sogno.
Così per un pò di tempo, il calore della gioia di poter partire è stato praticamente quasi soppraffatto dalla fredda delusione che mi colava addosso. Nemmeno per un istante ho pensato di rinunciare, assolutamente, ma non sentivo niente, e questo mi rattristava ancor di più perchè sentivo che non era giusto che io fossi, diciamo, così ingrata, mio malgrado.
Il mio primo pensiero è stato: “Oh, e adesso come ci vado in Russia?” e continuavo a non riuscire a pensar a nulla che non fossero modi alternativi per andarci, magari più avanti.
Poi mi son concentrata. I primi mesi dopo aver deciso di fare quest’esperienza i paesi latino-americani mi avevano scaldato il cuore e fatto brillare gli occhi al solo pensiero, dovevo solo ritrovare la passione per essi, dentro, da qualche parte.
Mi sono arrovellata su tutti i lati positivi di andare in Venezuela per almeno due ore, poi ne ho parlato con i miei genitori e la cosa mi ha aiutata. Alla fine ho capito che effettivamente forse è meglio così. Proprio perchè il Venezuela è -come spiegarlo?- meno nelle mie corde; è come la differenza fondamentale tra chi sogna l’America (intesa come Stati Uniti) e chi sogna la Gran Bretagna. : l’America è luce, entusiasmo, colori, feste ecc., ma io sogno la Gran Bretagna, perchè io sono così, tutta sogni, nuvole, malinconia, principi e principesse.
Ho deciso di fare quest’esperienza per capire chi sono e quali sono i miei limiti, per scoprire altre filosofie di vita, e cosa allora è meglio di un paese che ha il sapore opposto al mio. 
La Russia avrà anche il freddo e il cirillico, ma io so che per me un paese come il Venezuela è emotivamente più difficile da sostenere, ed è quindi una vera sfida. Qualcosa che mi aiuterà realmente. Ad esempio io ho sempre avuto problemi a esprimere affetto, o anche semplice interesse, e il contatto fisico mi irrigidisce mio malgrado: se il Venezuela corrisponde davvero ai racconti che me ne hanno fatto, dovrebbe essermi d’aiuto. Ovviamente però queste argomentazioni razionali ci mettono un pò di tempo per fare effetto anche a livello emotivo. Il mio sonno quella notte non è stato dei più tranquilli.
Ma la mattina dopo stavo già meglio, avevo metabolizzato e mi sentivo felice, mi sentivo sicura, come se il mondo mi sorridesse. Fissavo il planisfero appeso dietro la professoressa, e mi sentivo invadere da una sensazione di calore. Una sensazione piacevole.
Mi sono dovuta però imporre di non pensare alla Russia, perchè il solo immaginare la lettera con scritto Russia invece che Venezuela, e la successiva scena di gioia pura, mi faceva male. Sembra banale, ma con i sogni è così, non si scherza. Quando qualcosa ti chiama, e la senti chiamarti e attirarti, è difficile resistere.
Ma poi appena tre giorni dopo ho ricevuto una notizia che ha cambiato tutto. La mia migliore amica ha ricevuto la risposta di Intercultura, e anche lei andrà in Venezuela.
La gioia che aspettavo è arrivata, e ho continuato a saltellare incredula e felice per almeno un ora.
Potevo anche avere tutte i miei ragionamenti razionali, ma continuavo ad avere paura, mi sentivo debole. Ho smesso di aver paura. Adesso è tutto un’altra cosa.
Entrambe siamo convinte che sia destino, le mete in comune erano poche e comunque non coincidevano nell’ordine, eppure siamo state assegnate nello stesso paese. Era qualcosa che non avevo nemmeno osato sperare. E invece eccoci qui, tra sei mesi prenderemo insieme un aereo verso una delle esperienze più importanti della nostra vita.
Il fatto di partire è già una cosa stupenda in sè, ma poter partire insieme rende tutto dieci -ma che dico? mille- volte più bello.
Molti hanno commentato che comunque il Venezuela è grande, perfino adesso che siamo in Italia abbiamo centinaia di km che ci tengono lontane per lunghi periodi (ma solo fisicamente). Ovviamente si tratta di adulti, o comunque di persone che non hanno mai fatto questo genere di esperienze, persone che nemmeno capiscono perchè mai stiamo partendo, o magari lo capiscono razionalmente ma non riescono a sentirlo.
Io, al contrario, non riesco a credere che loro non capiscano la grandiosità di questa cosa. Quanto questo davvero cambi le cose. Non solo partiremo entrambe, e questo già significa una maggiore comprensione reciproca rispetto alla comprensione che possono avere nei nostri confronti coloro che restano, ma partiremo per lo stesso paese, e ciò significa che lei mi capirà davvero quando le parlerò del Venezuela, e dei venezuelani e delle cose strane che noterò. E poi, partiremo insieme. Sarà, come dire, un “atterraggio soft”. Quando saluterò i miei genitori lei sarà con me, quando per dieci ore saremo in volo verso la nostra nuova vita, in preda alle più disparate emozioni, lei sarà con me, e quando respirerò per la prima volta il Venezuela lei sarà con me. Sono felice.
Ragazzi, quando vi raccontano, sentite, o leggete, di retournee che dicono di non farvi aspettative perchè niente andrà come vi aspettavate, per la maggiore parte dei casi è vero .
E questo non è un fattore negativo, tutt’altro. Non ve lo aspetterete, e sarà stupendo.

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Posso farcela. No, non resisterò. Comunque è da stupidi.
Sono una fifona. Una masochista. Una stupida romanticona.
Me ne sto qui a fissarla, e non riesco ad aprirla.
Senti, c’è gente che sta dando di matto ad aspettarla, e tu stai qui a guardarla.
La lettera cartacea è un’altra cosa, va bene, ma questa è un ostinarsi da masochisti. Lo so che sembra banale, un banale click. Ma almeno la faresti finita con questa tortura psicologica, ormai è passato più di un giorno, il che è praticamente incredibile.
Ma il fatto è che ho una gran paura. Bah, io e la mia filosofia leopardiana de le illusioni(non mi piace questa parola) sono la fonte della felicità. Quindi me ne resto a crogiolare nel dubbio.
Che qualcuno mi salvi da me stessa.
No, meglio, che qualcuno mi porti quella beata lettera, e siam tutti contenti!

P.S: Mi dispiace per i pensieri sconnessi, ma è così che ci si riduce, se si è dei tipi che si perdono in un bicchier d’acqua, come me.

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Consegna

Il temibile fascicolo
Non so ancora dire se alla fin fine era fattibile oppure no, non sono la persona più adatta. Io sono davvero poco organizzata, ma magari per qualcuno che sa gestire bene il tempo è stato una passeggiata. Che poi sono una che si fa piani super elaborati, scalette organizzatissime e apparentemente efficaci, ma alla fine mi ritrovo inevitabilmente a fare tutto all’ultimo minuto.
Oltretutto il periodo di preparazione del fascicolo è coinciso con la ripresa del giro di interrogazioni e compiti in classe, quindi sono state davvero due settimane da crisi isterica.
Non sono riuscita a consegnarlo nel giorno stabilito, e per questo all’inizio mi sono un pò demoralizzata perchè credo che faccia abbassare il punteggio (okay, non ci pensare, speriamo che non incida molto), ma almeno ho avuto un paio di giorni per pensare seriamente alla lista dei paesi definitiva, cosa che avevo deliberatamente trascurato presa com’era da tutti gli altri casini.
Alla consegna ci sono arrivata con ancora centomila dubbi, specialmente sulla parte burocratica visto che in casa siamo tutti incompetenti in questo campo. Ma mi hanno rassicurata, tutto verrà controllato dai volontari del centro locale prima di essere spedito alla Commissione. Speriamo in bene.
Ma veniamo alla parte più bella, dopo mille indecisioni:
– La top ten definitiva
1 Russia
2 Cile
3 Islanda
4 Argentina
5 Lettonia
6 Norvegia
7 Venezuela
8 Danimarca
9 Svezia
10 Olanda

Giuro che fino a un’ora prima di cliccare, con il batticuore, su quel carinissimo pulsantino “Invia a Intercultura”, la lista era piuttosto diversa. Per giorni la lotta era stata per il primo posto: Russia o Cile.
Il Cile, mio primo amore, con la mia migliore amica ci abbiamo fantasticato sopra per mesi, il calore delle persone, la musica, i colori. La Russia, mio primo colpo di fulmine a lungo dimenticato, è tornata alla ribalta al momento giusto, e come vedete, ha vinto. Per lei non so dire nulla, non ho nemmeno degli stereotipi da elencare a suo favore, solo sensazioni ed è per questo che ci sono così fissata. La sento.
Ma certo la lista non finiva lì, ed è stato solo all’ultimo momento che ho pensato a come posizionare tutti gli altri. Per il terzo posto avevo deciso per la Lettonia, paese a cui non avevo nemmeno lontanamente pensato prima di innamorarmene leggendo il manuale che ci hanno dato alle selezioni, anzi a dirvela tutta per un pò ha tentato di rubare il posto perfino al Cile. Ma non si era accorta che alle sue spalle c’era un nuovo avversario, anch’esso silenzioso e astuto che l’ha sconfitta sulla linea del traguardo: l’Islanda.
La cara Islanda, mia sorprendente (anche per me) terza scelta se n’è stata bella e buona al decimo posto (dico decimo!) fino a un’ora prima dell’invio. Nell’indecisione più totale in quell’ultima ora mi sono messa a leggere freneticamente tutti i “foto e racconti” dei paesi che avevo nella lista, e mi sono lasciata trascinare dalle emozioni: la cosa migliore. E quindi eccola lì.
Nella calma dopo la tempesta mi sono ritrovata estremamente soddisfatta della mia lista. Ogni tanto qualche dubbio s’insinua ma niente di che, il dubbio è che la Lettonia sarebbe dovuta rimanere almeno al quarto posto e che avrei dovuto dare meno spazio al mio primo amore ovvero i paesi latino-americani, visto che al momento ero così travolta dalle emozioni per i tutti quegli altri paesi. Ma conoscendomi, e riconoscendogli il posto nel mio cuore che per tanto tempo hanno occupato, sono stata irremovibile e li ho lasciati lì. Anche perchè mi sono detta che deciderà il destino. Se “è deciso” (non so mai leggermi dentro per capire se credo o no al destino, ma in questo momento e contesto sì assolutamente) che devo andare in un certo paese ci finirò, qualsiasi posizione abbia nella lista.
La cosa più importante, un punto di cui sono estremamente soddisfatta e non subisce variazioni di sentimento, è che sono convinta di tutti i paesi che ho inserito, nemmeno uno è stato scelto giusto per arrivare ai dieci, li amo tutti, uno per uno.
Alla fine il mio consiglio è, lasciate perdere ragionamenti lunghi e ingarbuglianti, scegliete con il cuore, ascoltate le sensazioni, e sarete ssoddisfatti.
A presto, anche se ormai non resta che l’attesa.

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Prima fase di selezioni

Allora aspiranti exchange, eccovi il resoconto della prima eccitante fase di selezione.
Per scaramanzia ho voluto aspettare a scrivere fino a che non ho avuto la conferma di averla passata. Ma adesso, finalmente, eccomi qui.
Giorno 18 sono andata all’Università Bocconi di Milano, dove ho fatto le mie primissime selezioni insieme al centro locale di Milano (che però era in un’altra aula) e al centro locale di Lodi, io sono del centro locale di Pavia.
Per arrivarci, io e mia sorella maggiore abbiamo dovuto affrontare una piccola odissea: abbiamo preso un’autobus, un treno, una metropolitana e un tram, più un pò di passeggiata a piedi per capire dove dovessimo andare esattamente.
Una volta arrivati, dopo una breve attesa finalmente ognuno è entrato nell’aula apposita (i genitori erano in un’aula a parte), ci siamo accomodati -neanche a farlo apposta- tutti a debita distanza gli uni dagli altri, c’era silenzio, praticamente nessuno si conosceva ed eravamo ansiosi. Finalmente abbiamo iniziato. Ci hanno consegnato un foglio bianco in cui dovevamo disegnare un albero, poi un altro foglio bianco in cui disegnare un altro albero, poi un altro foglio bianco i cui disegnare una figura umana, e infina un ultimo foglio bianco in cui disegnare la nostra famiglia. Non chiedetemi cosa ci leggano loro in questi disegni, me lo sono chiesta tanto anche io. Tutti i disegni mi sono venuti abbastanza decenti, apparte la famiglia, perchè benchè siamo tutti altissimi, ho disegnato tutti tozzi e grossi e per di più a mia madre è venuto un occhio nero, visto che non si può cancellare.
Poi due test a crocette, con domande del tipo “Hai mai vomitato a causa di una dieta alimentare” o “A volte ti senti sopraffatto dalle difficoltà?” o “è bello fidarsi degli amici?” o “Stimi i tizi tutti genio e sregolatezza piuttosto che quelli con principi normali?”
Ma la parte bella è arrivata dopo. Noi avevamo finito, e i nostri genitori ancora no, quindi hanno sfruttato l’occasione per farci fare dei giochi rompighiaccio, che hanno fatto rompere il ghiaccio perfino alla qui presente Miss Timidezza. Inanzittutto ci hanno fatto sedere tutti vicini, e poi ci hanno detto di guardare la persona alla nostra sinistra e scrivere su un post-it l’animale a cui somigliava e appiccicarglielo sulla schiena. Poi dovevamo andare in giro a fare domande del tipo “Ho la coda?” o “Sono un animale domestico?” fino a che non capivamo che animale ci avevano scritto sulla schiena. Io alla ragazza alla mia sinistra avevo scritto delfino, ma con me sono stati piuttosto prevedibili: una giraffa.
Poi ci hanno detto di metterci in fila in ordine alfabetico, quindi anche qui dovevamo per forza interagire chiedendo i nomi per sapere dove andare a posizionarci. Stesso gioco ma stavolta con l’intera data di nascita, un pò più complicato. Insomma, altri giochetti così, che comunque erano piacevoli. Insomma, non era come quando ti costringono a dire il tuo nome associando un movimento (lo odio quel gioco) erano piacevoli, e poi avevamo tutti voglia di conoscerci, cavolo sono riuscita a sentirmi a mio agio.
L’ultimo è stato il più importante: il classico gioco della fiducia. Ci siamo disposti a coppie e tenendoci con il dito, a turno uno guidava l’altro che aveva gli occhi chiusi. Questo gioco è stato importante per le riflessioni che ci hanno fatto fare dopo: effettivamente all’estero non ci sentiremo così, spaesati e impauriti, dovremo fidarci di chi troveremo, e dovremo imparare a cogliere anche i messaggi impliciti (ad esempio durante il gioco non potevamo parlare e la mia “compagna” mi alzava il dito per farmi capire che c’era uno scalino. Davvero bello.
Dopo ci hanno consegnato il fascicolo, e abbiamo raggiunto i nostri genitori (nel mio caso mia sorella) nell’altra aula dove ci hanno spiegato come compilare il temibile fascicolo. Sì, è davvero tremendo. A me manca una settimana e devo ancora fare un sacco di cose.
Quindi se parteciperete alle selezioni cominciate a pensare prima, ad esempio, alla lettera di due pagine in inglese per la host family (la parte più impegnativa secondo me).
Adesso infatti mi accingo a portarla avanti. Comunque non mi lamento, l’importante è che sono passata!!! Lo so che è solo la prima fase, ma è una gioia comunque e l’attesa di 10 giorni per sapere l’esito è stato terribile. Non conosco nessuno che non abbia superato i test attitudinali, ma ho sentito parlare di qualcuno di qualche altro centro locale che forse non ce l’ha fatta.
Domenica 20 invece avevmo l’incontro a Pavia, solo noi del centro locale di Pavia, per fare lo SLEP test e i colloqui individuali.
Visto che era Domenica ho dovuto prendere l’autobus tre quarti d’ora prima, che ho poi passato a vagabondare per le un pò inquietanti strade deserte di Pavia, con la nebbia che quasi non si vedeva a un palmo dal naso. Quando ormai mi ero semi-trasformata in un ghiacchiolo è finalmente arrivata l’ora dell’incontro. Ho trovato un volontario e alcuni ragazzi con i loro genitori davanti l’ingresso, abbiamo aspettatto che arrivasse la tizia con le chiavi e siamo entrati.
Per prima cosa abbiamo fatto lo SLEP test, tutti tranne due ragazzi. Fortuna che io l’ho fatto solo per sicurezza perchè non credo di essere andata bene. Abbiamo fatto prima il listening, all’inizio non era male, ma man mano diventava sempre più difficile, e io a un certo punto ho cominciato a sparare completamente a caso giuro, e ho continuato fino alla fine. Invece il reading era assolutamente fattibile.
Dopo hanno cominciato i colloqui individuali, e ci hanno lasciato tutti soli in una stanza. All’inizio nessuno fiatava, ognuno stava fermo nella sua sedia a guardarsi intorno indeciso, ma poi a poco a poco tutti hanno cominciato a parlare, dapprima a due a due poi tutti quanti insieme. Ho fatto amicizia con molte delle ragazze, con le quali poi incontrondale in giro ci siamo tenute aggiornate se eravamo passate o no. Sono tornata a casa soddisfatta di me, sono stata socievole e mi sono divertita. Il colloquio è stato una chiacchierata, la mia volontaria era giovane e simpatica, quindi mi sentivo a mio agio e ho cominciato a parlare che non mi si fermava più. Giusto per soddisfare la curiosità vi dico che mi ha chiesto di parlare di me, di quello che mi piace fare, come preferivo fosse composta la famiglia da cui essere ospitata, perchè proprio quei paesi, cosa mi aspetto da questa esperienza. Ma a ognuno hanno fatto domande diverse, quindi.
Alla prossima 🙂

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Benvenuti!

Ecco uno dei mai-abbastanza-blog su ragazzi che vogliono diventare degli exchange student.
Ho scelto di fare questa esperienza perchè, e questo ancora nessuno l’ha capito, mi serve. Mi serve per credere. Mi serve per dimostrare. Mi serve perchè la vita è una sola. Mi serva perchè bisogna sfruttarla. Mi serve per scoprire. Ma soprattutto mi serve per capire.
Per capire cosa mi piace davvero, cosa voglio fare davvero, cosa posso fare davvero, cosa è importante davvero.

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